I 10 errori più comuni nei manoscritti

Nella nostra esperienza di valutazione di manoscritti ci capita spesso di incappare in errori, anche banali, che si ripetono nella maggior parte dei casi. Vediamo insieme come rimediare a quelli più comuni.

1. Errori ortografici, refusi e ripetizioni

Sembra scontato, ma non tutti rileggono con attenzione il proprio manoscritto prima del tanto agognato invio alle case editrici. Non è raro imbattersi in errori grossolani che saltano all’occhio anche con una lettura rapida.

Per evitarli basta davvero poco: oltre a un’accurata revisione, che dovrebbe essere un must, è utile attivare il correttore automatico sul proprio programma di scrittura. In questo modo, gli errori e i refusi principali possono essere individuati facilmente.

Rileggendo, inoltre, ci si accorge anche delle eventuali ripetizioni lessicali (bevve una bevanda, il disegno che aveva disegnato), a cui si può rimediare con l’uso dei sinonimi.

2. Punteggiatura e puntini sospensivi

Usare la punteggiatura in maniera corretta non è cosa da tutti: molti ne abusano, molti vi si sottraggono, molti semplicemente non distinguono le funzioni dei singoli segni e li usano un po’ a caso, come faceva il giovanissimo Moravia alle prese coi suoi primi scritti. Ma Moravia aveva una buona scusa, dato che trascorse l’età scolare in sanatorio.

Troppo spesso, inoltre, l’impiego scorretto della punteggiatura viene fatto passare per “licenza poetica”. Ma al di là delle regole grammaticali, che necessitano di pratica per essere acquisite, ci sono degli accorgimenti da tenere sempre presenti:

  • dopo il punto, occorre sempre l’iniziale maiuscola;
  • lo spazio va dopo la punteggiatura e mai prima;
  • non va mai messo più di un punto interrogativo o esclamativo alla fine di una frase;
  • i puntini sospensivi sono sempre TRE (non due, non quattro, non venticinque) e come per gli altri segni di punteggiatura non vogliono mai lo spazio prima, ma dopo.

3. Consecutio temporum

“Maria cucina le lasagne. Alle due, mangiò insieme ai nipoti”.

Nulla di più sbagliato! Una volta scelto un tempo verbale, l’autore deve essere coerente: non si può saltare dal passato al presente senza una valida ragione.

Non rispettare la giusta concordanza dei tempi verbali è un errore molto grave: segnala una carenza significativa non solo nelle competenze narrative di base, ma anche nelle facoltà espressive e comunicative di tutti i giorni. E chi prenderebbe sul serio il testo di uno scrittore che non è neanche in grado di esprimersi correttamente?

Diverso è il caso dei testi sviluppati, ad esempio, su due o più archi narrativi ambientati in tempi diversi. Se un romanzo è articolato su più piani temporali, si possono alternare una narrazione fatta al presente e una fatta al passato. Ma, anche in questo caso, è essenziale che ogni arco narrativo mantenga la coerenza del proprio tempo di narrazione.

4. D eufonica

Spesso, per dare al testo un alone di letterarietà non richiesta, l’autore dissemina d eufoniche ovunque, ottenendo nella gran parte dei casi l’effetto contrario. È una soluzione che di solito appesantisce il testo, un ostacolo da saltare che non fa altro che intralciare la lettura.

Non si tratta di un errore in senso stretto, ma contrariamente a come si insegnava un tempo, è opportuno far uso della d eufonica solo quando a incontrarsi sono due vocali uguali, dunque nei casi in cui e (congiunzione) e a (preposizione) precedano parole inizianti per e e per a, con l’eccezione di formule fisse come ad esempio oppure tu ed io.

È sconsigliabile inoltre adoperare la d eufonica nei casi in cui le parole seguenti inizino per ed o per ad (ed educare, ad adattare). Od è semplicemente obsoleto e da evitare in ogni caso.

5. Virgolette e caporali

Non esiste una regola fissa per le virgolette da usare nei discorsi diretti: ogni casa editrice ha le proprie norme redazionali in base alle quali uniformerà il tuo testo. Un autore è libero di scegliere la forma che più preferisce, dal trattino – alle “virgolette alte” o ancora alle «caporali».

La scelta più comune ricade su queste ultime. Non tutti sanno, però, come inserirle in un documento: le caporali non sono presenti sulla tastiera e spesso, per pigrizia o inesperienza dell’autore, chi legge il manoscritto si trova davanti a un’oscenità del genere:

Mai, e ripetiamo, MAI utilizzare i simboli << >> al posto delle virgolette!

Se non sai come inserirle, puoi cercarle tra i simboli del tuo programma di scrittura. Per facilitarti, ti sveliamo un trucco, valido per chi usa Word:

Inserisci > simbolo > altri simboli > (scegli il simbolo che ti interessa) > tasti di scelta rapida.

Da qui è possibile impostare una combinazione di tasti personalizzata per ogni simbolo. Se assegni, per esempio, la combinazione ctrl+< al simbolo «, basterà premere ctrl+< sulla tua pagina di Word per veder comparire magicamente le tanto ambite caporali.

6. Accenti sulle vocali maiuscole

Come per le virgolette, sulla tastiera non si trovano neanche le vocali maiuscole accentate. Questo porta molti autori a usare, erroneamente, l’apostrofo al posto dell’accento:

Ricordiamo che è un errore! L’apostrofo alla fine di una parola, infatti, segnala un troncamento. Inviare un manoscritto pieno di E’ è sintomo di incuria e può provocare un gran fastidio a chi legge.

Come per le caporali, anche per le maiuscole accentate si può scegliere una combinazione di tasti. Altrimenti, un trucchetto per i più pigri è quello di mettere un punto alla fine di una parola, inserire dalla tastiera la vocale accentata di cui si ha bisogno (à, è, ì, ò, ù) e premere la barra spaziatrice: dopo il punto, di solito, i programmi di scrittura inseriscono automaticamente le iniziali maiuscole.

7. Scarsa coerenza del registro

Se stai scrivendo un saggio o un testo divulgativo, è assai sconsigliabile utilizzare un registro informale o colloquiale. Al contrario, se stai scrivendo un romanzo, non rivolgerti ai tuoi lettori come se stessi tenendo un’arringa (a meno che uno dei tuoi personaggi non sia un avvocato che parla in prima persona).

È molto frequente imbattersi in manoscritti che, di per sé, non sono niente male: peccato che il registro usato non è azzeccato. Il registro di solito rispecchia il punto di vista: se a parlare è un bambino di sei anni, è inverosimile che adoperi dei termini troppo complessi; se invece si tratta di un adulto, magari un professore universitario che sta tenendo una lezione, difficilmente parlerà come se stesse seduto sul divano di casa sua con una birra in mano.

Se ad esprimerti sei tu, in qualità di esperto su un argomento che vuoi divulgare, sii professionale: né troppo formale, né troppo informale.

Un altro errore che spesso si trova nei manoscritti riguarda il rispetto del registro scelto: una volta deciso il tono da usare (per l’autore, per la voce narrante o per un singolo personaggio), questo va mantenuto sempre uguale.

8. Cattiva impaginazione

Anche l’occhio vuole la sua parte. Un documento pieno di rientri asimmetrici, doppi spazi, font diversi ed errori di formattazione, tanto per fare un esempio, non è un bel vedere.

Prima di inviare un manoscritto, bisognerebbe dare una ripulita al testo: se non si è in grado di farlo, si può fare una ricerca su internet o meglio ancora affidarsi a un correttore di bozze.

Una cosa da evitare è l’effetto mattone: creare un muro di parole che duri per pagine e pagine rende la lettura molto difficile, se non impossibile. Bisogna dare aria al testo, andando a capo più spesso e organizzandolo in capitoli e paragrafi. Si deve poter leggere senza fatica, anche a livello visivo.

È consigliabile usare un font chiaro e pulito, nero e di dimensione 12-14: una misura più piccola rende ardua la lettura, mentre una misura più grande è poco elegante (ed è un trucco di pessimo gusto per ottenere un numero maggiore di pagine).

9. Incipit poco curato

Le prime parole che leggiamo in un manoscritto sono, quasi sempre, le più essenziali. Se nell’incipit troviamo un mucchio di errori, infodump, imprecisioni e scorrettezze grafiche, difficilmente andremo avanti nella lettura. L’incipit deve catturare: è la porta d’ingresso di un libro, e come tale deve invitare il lettore a entrare.

Il nostro consiglio è quello di tornare a lavorare sull’incipit una volta che la stesura del libro è terminata, così da potersi concentrare meglio su ogni piccolo dettaglio, e di chiedere un parere esterno.

10. Testo troppo lungo o troppo breve

Precisiamo che, per un manoscritto, non esiste una lunghezza giusta: il nostro è solo un consiglio dettato dal buonsenso.

Non sempre la lunghezza di un testo è sinonimo di pregio. Anzi, nel 90% dei casi, un manoscritto di 500 pagine sarà ridotto di un buon 25% in fase di editing. Siamo sinceri: chiunque si trovi davanti a un testo di centinaia di migliaia di caratteri, per giunta scritto da un autore sconosciuto, tende inevitabilmente a storcere il naso. Se poi quelle pagine sono piene di ridondanze, ripetizioni, descrizioni lunghissime e noiose, sarà faticoso continuare la lettura.

Se sei un autore che tende alla prolissità, può essere difficile individuare i punti del testo dove effettuare dei tagli; per questo consigliamo di rivolgerti a un Beta-reader, un occhio esterno che possa darti dei consigli.

Non è rara neanche la situazione opposta, ossia trovarsi a valutare un manoscritto composto da una ventina di pagine, talvolta anche meno. È il caso, di solito, di racconti o raccolte di frasi e poesie. Siamo sinceri ancora una volta: con quale coraggio un editore dovrebbe pubblicare un libro di venti pagine, affrontando le dovute spese, e fissare un prezzo di copertina ragionevole?

Consigliamo dunque, se il tuo manoscritto è troppo breve, di mettere insieme del materiale in più e di effettuare l’invio una volta che avrà raggiunto una maggiore consistenza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *